Appunti sul linguaggio della fotografia

Al punto in cui siamo, l’immagine appare non come un sostituto della parola ma come una sua integrazione, talvolta anche insostituibile. Questa situazione sembra inevitabile, perché il linguaggio verbale permette una formulazione espressiva concettualizzata. Una parola come “casa” serve infatti per indicare un concetto universale, mentre la fotografia di una casa determina essenzialmente “quella casa”.

Senza andare a scomodare gli uomini delle caverne, l’umanità ha avuto sempre bisogno di integrare l’espressione concentualizzata , cioè il linguaggio verbale. Ha iniziato con i disegni all’interno delle caverne, oggi essenzialmente con la fotografia.

Quello che potrebbe apparire come un limite è in realtà una differenza sostanziale che ci può confermare che segni figurativi e segni grafici sono entrambi elementi di comunicazione ma con caratteristiche specifiche autonome. Bisogna quindi avere ben chiaro che immagine e parola possono costituire un linguaggio ma che:

  • La comunicazione figurativa fotografica si riferisce sempre e soltanto ad una realtà specifica che può anche essere radicalmente trasformata ma che comunque esiste all’origine della fotografia;
  • La comunicazione verbale si riferisce invece a concetti che danno una rappresentazione virtuale della realtà.

A parer mio quando avviene l’integrazione otteniamo la migliore comunicazione.

È possibile capire ciò che è raffigurato perché la percezione fotografica impiega alcune fondamentali convenzioni che derivano dalla nostra esperienza di osservatori della realtà. Tali convenzioni tendono a stabilire relazioni tra i fenomeni abituali della visione e le reazioni che proviamo davanti alla fotografia.

La lettura dell’immagine è anche condizionata da convenzioni sociali e culturali (prospettiva, educazione della percezione…), dalla personalità e dalle esperienze individuali di chi osserva.

Se consideriamo che nemmeno la realtà ha un significato obbligatorio, la rappresentazione iconica (nata come analogo della realtà) risulta ancora più ambigua e corre il rischio di divenire alienante quando vien presa come sostituzione della realtà stessa.

Il segno iconico (quindi anche la fotografia) può essere pertanto letto:

– per ciò che rappresenta l’immagine (livello denotativo);

– per quello che l’immagine significa (livello connotativo).

Questo ultimo tipo di lettura deve essere imparato perché non viene oggettivamente raffigurato ma viene istituito dalla tradizione culturale e dai meccanismi psicologici della percezione individuale.

Un’immagine che pur possiede un evidente significato primario di realtà raffigurata, non può mai rimanere disgiunta dalla sua capacità di “stare per”. È proprio suscitando reazioni emotive, stimolando associazioni, richiamando attenzione, che l’immagine rivela il suo intero potenziale di elemento di comunicazione.

In questo senso la fotografia non è affatto un sistema oggettivo di comunicazione, in quanto ogni lettore può scorgervi dei significati che sono conseguenza del contesto in cui è collocata, della formazione culturale dell’osservatore, del suo patrimonio di esperienze e di conoscenze…

L’aspetto forse più rilevante della comunicazione visiva è l’induzione di significati che superano la forma di presentazione primaria.

Per esprimere con immediatezza alcuni pensieri, il linguaggio verbale utilizza a volte le espressioni figurate. Esse rappresentano un punto di stretto contatto con la comunicazione fotografica. Le figure retoriche (sono al verde, fare l’indiano, nuotare nell’oro, sentirsi un pascià…) possono infatti essere facilmente trasferite in forma fotografica ed assumere gli stessi significati delle parole.

I modelli retorici suscitano risposte emotive che l’uso e la cultura hanno reso automatiche. Il loro impiego rende il linguaggio fotografico direttamente comprensibile. Questo strumento di codificazione e interpretazione è oggi sfruttato compiutamente dalla pubblicità. Tuttavia le figure retoriche dell’espressione verbale (note e classificate da secoli) non si ritrovano esattamente nell’uso retorico del segno fotografico, così come nuove categorie sconosciute alla retorica classica si stanno formando nella prassi fotografica. La complicazione risulta aumentata dal fatto che tali figure non si presentano una per volta in ogni immagine ma sono spesso compresenti.

Quello che segue è un tentativo di riuscire a individuare le figure retoriche fotografiche che abbiano un rilevante contatto con le corrispondenti forme verbali:

RIPETIZIONE

  1. verbale: “Fino a quando scherzerai? Fino a quando riderai?”

Consiste nella ripetizione dello stesso modulo visivo presente nella realtà o ottenuto sfruttando particolari procedimenti di ripresa o di stampa. La moltiplicazione di un elemento richiama l’attenzione sul nucleo del soggetto (per esempio la figura degli sposi ripetuta un certo numero di volte, utilizzando un filtro sfaccettato in ripresa).

LUOGO COMUNE

  • verbale: “Il potere tenta il cuore ambizioso”

È un’immagine di valore collaudato, tale da essere universalmente riconosciuta come norma di rappresentazione di una realtà stabilmente acquisita dalla cultura che ne fa uso (la foto ricordo del bambino che soffia sulle candeline della torta di compleanno).

ENFATIZZAZIONE

  • verbale: “Ecco un vero autentico uomo!”

È un’immagine che poggia sull’amplificazione di una situazione visiva, conformemente alle attese universalmente accettate, ottenuta sottolineando marcatamente elementi culturalmente necessari alla sua esistenza (per esempio la fotografia ricordo di una vacanza su una lontana spiaggia deserta, davanti a un mare azzurro e pulito verso il quale si chinano palmizi selvaggi).

PRETERIZIONE

  • verbale:”È superfluo descrivere la gravità della situazione”

È un modello espressivo attraverso il quale l’immagine viene determinata nel momento stesso in cui a questa viene negata la possibilità di precisarsi (per esempio le fotografie sfocate o flou che consentono di determinare ancora il soggetto ripreso al quale è conferito un fascino che la chiara determinazione non permetterebbe).

ANTONOMASIA

  • verbale: “È un Ercole”

Consiste nell’uso di un’immagine di valore universale, culturalmente acquisita come segno, per rappresentare una realtà che ad essa si richiama (La star a cavalcioni di una sedia girata).

SINEDDOCHE

  • verbale: “Il tetto nativo”

Consiste nella rappresentazione di un’immagine che abbia rapporti di quantità con la realtà cui si vuole alludere per dare una più precisa determinazione concettuale a quest’ultima (la foto della mano di un bambino tenuta da un adulto).

IRONIA

  • verbale: “Bravo, bravo, proprio un bell’esempio!”

È l’accentuazione di un elemento espresso con l’apparente concessione di consenso, in realtà rivolta alla negazione della sua validità (il bambino che cammina con le scarpe del papà)

UMORISMO

  • verbale: “Qualsiasi cosa si butti, servirà non appena non sarà più disponibile”

Situazione visiva che consente di guardare con indulgenza, da una posizione di partecipazione complice e senza coinvolgimenti personali, le contraddizioni e le assurdità della vita ricavandone consenso e sicurezza (una scanzonata foto di gruppo degli amici in gita davanti all’auto con la gomma a terra).

PERSONIFICAZIONE

  • verbale: “La morte, con la sua falce”

Consiste nell’offrire nella situazione visiva un’assimilazione dell’immagine alla figura umana (l’illusione di un volto nella tormentata corteccia di un albero).

METAFORA

  • verbale: “Ho i piedi di ghiaccio e un nodo allo stomaco”

Consiste nell’uso di un elemento, non nel significato proprio, ma per rappresentare un’immagine o un’idea che questo richiama (il grissino al posto della forchetta per saggiare la tenerezza di un tonno).

ALLEGORIA

  • verbale: “La farina del diavolo va tutta in crusca”

Consiste nella sostituzione di un’intera figura con un’altra che si trova in un rapporto simbolico con ciò che si vuole intendere (un frutto sinuoso con evidenti allusioni sessuali).

PARADOSSO

  • verbale: “Anche tacendo mi dici qualcosa”

Immagine incredibile che sta in netto contrasto con la comune opinione (Un uomo barbuto con un seno prorompente).

SIMILITUDINE

  • verbale: “La sua pelle pare un petalo di rosa”

Immagine che utilizza elementi formali comuni al soggetto cui si vuole richiamare (Un volto che sboccia dalle mani come un fiore).

ANTITESI

  • verbale: “Caro con gli amici, terribile con i nemici”

Immagine che propone elementi contrapposti, accostandoli per ottenerne il reciproco rinforzo (Un piccolo bambino che guarda dal basso l’enorme statua di un severo personaggio).

LINGUAGGIO ICONICO E SOGGETTI SIMBOLICI

La continua riproposizione di determinati soggetti in un identico ruolo, ha fatto perdere identità individuale ad una serie di rappresentazioni. Tali soggetti, presentati milioni di volte nel medesimo contesto, hanno cessato di presentarsi come figure dotate di individualità dando così la possibilità di riferirsi ai concetti che la nostra cultura collega alla loro immagine.

L’immagine simbolica rappresenta soggetti tanto semplici da non possedere un aspetto che consenta di identificarli individualmente: si pensi ad un uovo, un fiammifero, una pera, una foglia…. Queste immagini consentono un uso avanzato perché abitudini culturali ben radicate collegano alla loro figura una serie di concetti. Questa situazione offre all’immagine la possibilità di esprimere direttamente concetti, così come il linguaggio verbale.

Se pensiamo ad un grappolo d’uva potrebbero affiorare alla mente molte idee e sensazioni collegate a fatti diversi che, per un motivo o per l’altro, sono comunemente ritenuti in intima relazione con l’oggetto rappresentato. Tali correlazioni potrebbero anche non essere esplicitamente riconosciute da tutti quelli che osservano l’immagine ma non cesserebbero di esistere comunque. Esiste perciò tutta una serie di immagini che in fotografia non rappresentano più solo sé stesse ma anche e soprattutto un complesso insieme di idee e concetti che possono essere comunicati attraverso la loro immagine.

 

Bibliografia minima :

Barthes R. La camera chiara Einaudi, Torino 1981

Bourdieu P. La fotografia, usi e funzioni Guaraldi Rimini 1972

Freund G. Fotografia e società Einaudi, 1976

Gilardi A. Storia sociale della fotografia Feltrinelli Mi. 1976

Sontag S. Sulla fotografia Einaudi, Torino 1978

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