I confini tra fotografia ed arte nella fotografia d’autore

“I confini tra fotografia ed arte” : è una frase troppo scivolosa per non ingenerare continue cadute nel ragionamento.

Poiché è evidente a tutti, che la fotografia sia una forma d’arte, è anche chiaro che la questione che ci si pone qui è quello di interrogarsi su cosa siano tutte le fotografie (quelli che io chiamo “scatti”) che tutti fanno, e nelle quali non si ravvisa la presenza di elementi d’arte.

Certo, il problema si complica se si pensa che la natura artistica di una fotografia non dipende da motivi univoci o da fattori misurabili, ma dall’imponderabile variabilità del gusto, della cultura e delle credenze di ciascun osservatore.

E’ quindi un’interazione fra le tracce materiali derivanti (e derivanti in maniera tutt’altro che immediata) dalle intenzioni del fotografo, e dalla capacità della platea di cogliere tali segnali, e di lasciarsene attraversare, elaborandoli in maniera più o meno conforme al pensiero dell’autore.

Si complica ancora di più se consideriamo che, quanto a quest’ultimo problema, la conformità della lettura rispetto alle “istruzioni per l’uso” non è affatto data per scontata, come se il codice fosse sempre condiviso e intelligibile; se avviene, più spesso è per una complessa serie di interazioni. Quel che se ne può dire, ad ogni modo, è che ciò accade per effetto di una continua ed articolata negoziazione fra i due soggetti, autore e spettatore, poiché la percezione non è un fenomeno passivo, ma una dinamica attiva che nasce da un confronto interpretativo.

Come se non bastasse, può accadere che, a dispetto dell’intento artistico dell’autore, il messaggio non venga riconosciuto dagli osservatori (il che rientra nell’aleatorietà del gusto di cui tutti facciamo esperienza), oppure che, pur non essendovi alcun intento artistico, esso venga ugualmente riconosciuto nell’immagine fotografica osservata.

Naturalmente, più che essere colpiti dalla perizia con cui è stata effettuata la composizione fotografica, o dall’attenzione nella gradazione dei toni, si rimane impressionati da qualcosa che la fotografia sembra “dire” con particolare forza, e che non ci permette di bollarla come semplice “scatto” anche se vi ravvisiamo degli errori.

Poiché questo accade non di rado, bisogna dedurne che l’arte fotografica, ovvero la capacità di trasformare uno scatto in opera d’arte, non può dipendere soltanto dalle intenzioni dell’autore o da un tecnicismo fine a sé stesso e succube da superficiali linee guida canoniche.
E se la fotografia, come ogni altro oggetto, possiede una sua capacità di farsi arte in quanto suscita le emozioni proprie dell’arte, bisogna concludere che i limiti tra fotografia normale (scatti) ed arte si dispongono lungo una frontiera molto mobile, e si muovono incessantemente.

Rimane fondamentale il concetto che uno scatto qualunque è differente da uno fatto con “amore”, con passione, perché è più facile che nel secondo caso emerga la capacità di “creare” e/o disporre l’immagine in maniera tale da suscitare qualcosa di profondo negli osservatori.

Questo qualcosa emerge solo se “ ci si assenta dal contesto di vita reale” e si viene presi dalla voglia di amare una visione, di costruirla, di derivarla dal proprio io e di materializzarla non con il cervello ma con il cuore.

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